Castello della Zisa

Castello della Zisa – La leggenda dei Diavoli

Il Castello della Zisa, il cui nome deriva dall'arabo «al-Aziz», che significa «glorioso», «magnifico», è un edificio sorto fuori le mura della città di Palermo, all'interno del parco reale normanno. Si tratta di una costruzione che risale al XII secolo, periodo della dominazione normanna in Sicilia.

Commissionato dal re Guglielmo I D'Altavilla per farne una sua residenza estiva, fu realizzato da architetti arabi. L'influsso della precedente dominazione, infatti, era ancora molto forte e i normanni, affascinati dalla cultura islamica, ne seguirono lo stile.

Nel castello della Zisa vive ancora oggi una leggenda, la "leggenda dei Diavoli", conosciuta ai più con il nome di "Diavoli della Zisa". All'interno del palazzo si trova infatti un affresco composto da una quantità notevole di figure mitologiche, il cui numero ad oggi risulta ancora indefinito. Il rompicapo deriva dal fatto che contare le figure dell’affresco, risulta spesso difficile perché si è costretti a far un giro su se stessi con il capo rivolto verso l’alto e pertanto capita di perdere il conto.

La leggenda vuole al centro di questo simpatico mistero, un tesoro d'oro, riposto da qualche parte dentro l'edificio e visibile solo a colui che sarà in grado di contare le figure sull’affresco.

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Torre della scimmia

Palazzo Scapucci – La leggenda della scimmia

Ci sono luoghi di Roma a cui probabilmente ben pochi prestano attenzione. Si tratta di vie, piazze oppure edifici in apparenza banali o irrilevanti, ma che in realtà hanno molto da raccontare. Palazzo Scapucci è uno di questi luoghi: un antico edificio della capitale, che è diventato celebre ai più per una curiosa leggenda riguardante una scimmia.

Il Palazzo è una costruzione che sorge in via dei Portoghesi 18, nei pressi di Piazza Navona. Annessa a questo palazzo si trova la cosiddetta Torre della Scimmia (o Torre degli Scapucci, o dei Frangipane). Di origine medievale e forse di proprietà della famiglia Frangipane, questa torre passò poi alla famiglia Scapucci intorno al XVI secolo. Si contraddistingue per una caratteristica merlatura risalente al XV secolo.

La Torre della Scimmia deve il suo nome particolare ad una leggenda popolare, immortalata dal romanziere americano Nathaniel Hawthorne nei suoi appunti di viaggio in Italia e nel più noto romanzo "Il Fauno di marmo". Nelle sue pagine, Hawthorne racconta che la torre era abitata da un nobile, che aveva un unico figlio e una scimmia, un animale da compagnia. Un giorno, tuttavia, accadde l'impensabile: in un momento di giocosità, l’animale prese il bimbo tra le braccia, uscì dalla finestra e si arrampicò fin sulla cima della torre.

Immediatamente, si scatenò il panico. Il nobile, in preda alla disperazione, uscì fuorì in strada, tra la folla urlante, e senza smettere di staccare gli occhi dall'animale, con il cuore in gola, affidò tutte le sue preghiere alla Madonna.

La leggenda racconta che docilmente, la scimmia ridiscese e riportò il bambino nel suo lettino. La folla radunata gridò al miracolo e il nobile da quel giorno, come testimonianza di grazia ricevuta, volle che in cima alla torre ardesse perpetuamente una lampada.

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Porta del diavolo

Palazzo Trucchi di Levaldigi – La Porta del Diavolo

Con la sua architettura imponente e l’aura impenetrabile che lo avvolge, Palazzo Trucchi di Levaldigi rappresenta l’ambientazione perfetta per un romanzo gotico. Il palazzo è un edificio antico di Torino, costruito tra il 1673 e il 1677 dal conte e architetto Amedeo di Castellamonte per il potente ministro delle Finanze Giovanni Battista Trucchi conte di Levaldigi, che sorge su un lotto d'angolo situato tra le attuali vie Alfieri e XX Settembre.

Uno sguardo più attento al suo ingresso consentirà di cogliere la particolarità del portone del palazzo. Palazzo Trucchi di Levaldigi è noto infatti come palazzo dalla "Porta del Diavolo", a causa della presenza sul portone di un dorato picchiotto con le fattezze di un ghignante diavolo. Gli appassionati di esoterismo collegano la presenza del Portone del Diavolo con il fatto che, nel Seicento, il palazzo ospitava la Fabbrica dei Tarocchi; lo annoverano così come uno dei luoghi più legati alla magia nera a Torino.

Quel che è certo è che il palazzo fu teatro di alcuni tremendi fatti di cronaca nera.

Si racconta infatti che in una serata danzante del 1790, una ballerina fu assassinata con uno stiletto, senza che venissero mai scoperti nè il colpevole nè il movente. Seguì un violento temporale ed un fragoroso tuono, che fracassò le vetrate, consentendo al vento gelido di mettere in fuga gli invitati.

Nel 1797, invece, sempre qui scomparve l’ufficiale Du Perril. Il soldato doveva partire per una missione e la scorta lo attendeva all’uscita. Sparì senza lasciare traccia. Venti anni dopo alcuni muratori abbatterono un muro e ne trovarono lo scheletro nell’intercapedine.

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san marco

Basilica di San Marco – La leggenda delle scarpe d’oro

La Basilica di San Marco è uno dei simboli dell'arte veneta e della cristianità. Unitamente al campanile e alla piazza di San Marco, forma il principale luogo architettonico di Venezia.

L’edificio è molto antico. Si narra che la prima chiesa dedicata a San Marco, voluta da Giustiniano Partecipazio, fu costruita accanto al Palazzo Ducale nell'828 per ospitare le reliquie di San Marco. Queste reliquie furono trafugate, secondo la tradizione, ad Alessandria d'Egitto da due mercanti veneziani: Buono da Malamocco e Rustico da Torcello. La primitiva chiesa venne poco dopo sostituita da una nuova, sita nel luogo attuale e costruita nell'832. Questa però andò in fiamme e così ne fu costruita un'altra. La nuova consacrazione avvenne nel 1094; la leggenda colloca nello stesso anno il ritrovamento miracoloso in un pilastro della basilica del corpo di San Marco, che era stato nascosto durante i lavori in un luogo poi dimenticato.

Parlando di leggende, la Basilica ne custodisce davvero tante ed una di queste è la leggenda delle scarpe d’oro. All'interno della Cattedrale, nella Cappella Zen, si trova infatti una statua particolare, la "Vergine col Bambino". Si tratta di un’opera in bronzo con una scarpa dorata, a cui è legata una suggestiva storia. Si racconta che un giorno un povero fedele donò alla Madonna l’unica cosa che possedesse, un paio di vecchie scarpe, ed esse miracolosamente si trasformarono in oro. Delle due scarpe, tuttavia, ne rimane una sola, perché pare che in seguito, una donna ridotta in miseria, pregando davanti alla statua della Vergine, la supplicò di aiutarla. Miracolosamente, una delle scarpe dorate si sfilò e finì nelle mani della donna, che riuscì così ad uscire dalla miseria.

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Di Cristianrodenas

Cimitero delle Fontanelle – Il teschio del Capitano

Il Cimitero delle Fontanelle è uno dei luoghi più affascinanti di Napoli, un angolo della Sanità ricco di storie, leggende e curiosità che aspettano solo di essere scoperte.

Il Cimitero delle Fontanelle è un ex-ossario che si sviluppa per più di 3000 mq. e che contiene i resti di un numero imprecisato di persone. Il luogo è noto perché qui si in passato si svolgeva il rito delle "anime pezzentelle", ossia l'adozione e la cura da parte di un napoletano di un determinato cranio di un'anima abbandonata (detta “capuzzella”) in cambio di protezione.

Ognuno dei migliaia di teschi qui accatastati ha la sua storia e i suoi devoti, ma tra questi ce n’è uno che è una vera e propria celebrità: il teschio del Capitano, il teschio più celebre tra quelli adottati dai napoletani come personalissimi santi.

Su questo teschio circolano numerose storie e leggende. La leggenda più conosciuta racconta che un giorno si presentarono al cimitero una ragazza ed il fidanzato, che si dovevano sposare. La giovane si mise a pregare mentre il ragazzo prese ad infilzare l'orbita del teschio del Capitano. "Non ti temo, e anzi ti invito alle mie nozze!", disse il giovane schernendo il teschio.

Ma il giorno del matrimonio, al banchetto nuziale, si presentò uno strano individuo avvolto in un nero mantello. Essendo una presenza inquietante lo sposo gli si avvicinò per chiedergli chi fosse.

"E me lo domandi?" disse l'individuo: "Proprio tu che mi hai invitato alle nozze?". E ciò detto, scoprì il corpo, esibendo il teschio e le ossa. A quella visione morirono entrambi gli sposi.

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Ponte del diavolo

Ponte del Diavolo – La leggenda di Cividale

Quella che si racconta a Cividale è un’antica leggenda, una storia oscura, la storia del Ponte del Diavolo.

Si narra che nel Medioevo gli abitanti del paese erano disperati, poiché non riuscivano a trovare un architetto capace di costruire un ponte che fosse in grado di congiungere le due sponde del Natisone. Qualsiasi struttura si ergesse, infatti, semplicemente crollava.

Un borgomastro, di cui nessuno si ricorda più il nome, tuttavia, decise di stringere un patto con il Diavolo in persona. Questi si impegnò a costruire il ponte in una notte sola, in cambio della prima anima che lo avesse attraversato.

Quella notte le forze della natura si scatenarono con tuoni e fulmini, il tutto accompagnato da terribili risate che interruppero più volte il sonno della popolazione.

Poi, al sorgere del sole, i cividalesi si svegliarono ed uno dopo l’altro accorsero a vedere il miracolo: il ponte si ergeva, solido e bello, al di là di ogni aspettativa. Ma, c’era qualcuno che attendeva nei pressi della costruzione. Era qualcuno con un sacco, pronto a prendersi l’anima che gli spettava: il Diavolo.

Allora i chierici e i prelati uscirono dal Duomo in processione, e cantando innisi sacri giunsero all’inizio del ponte. A quel punto, scese il silenzio.

Ed ecco, che un gatto sbucò tra la folla, con il suo pelo irsuto: trotterellò lungo il ponte e finì velocemente dentro il sacco del demonio. Il Diavolo allora capì di essere stato giocato ed andò su tutte le furie. Minacciò di distruggere il ponte, ma nel frattempo questo era stato benedetto con l’acqua santa. Allora non gli rimase altro da fare che sprofondare all’Inferno, da dove era giunto.

Il ponte oggi è ancora lì, con il suo fascino intramontabile.

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cattedrale di firenze

Cattedrale di Santa Maria del Fiore - La testa del toro

Tra le tante leggende che fanno parte della tradizione di Firenze, ce n’è una molto antica riguardante la Cattedrale di Santa Maria del Fiore. Si tratta della leggenda della testa del toro.

Ma andiamo con ordine. La Cattedrale fiorentina cela allo sguardo diversi dettagli spesso invisibili ad una prima occhiata. Un esempio? Se si guarda sul fianco sinistro del Duomo, fra Via Ricasoli e Via dei Servi, si può scorgere un doccione marmoreo. Questo doccione raffigura una grossa testa di bue, con tanto di corna.

La domanda che sorge a questo punto spontanea è: cosa ci fa una testa di toro tra le statue che adornano il Duomo di Firenze?

La statua potrebbe essere uno dei tanti omaggi dei costruttori ai vari animali da traino impiegati per trasportare i materiali necessari per la realizzazione della Cattedrale. Esiste però anche un'altra spiegazione alla sua presenza, una storia più curiosa e goliardica: la leggenda di un tradimento e dell'originale vendetta di un amante.

La tradizione popolare narra infatti che intorno al 1400, quando la costruzione della Cattedrale era già giunta ad una certa altezza, in una casa di Via Ricasoli abitasse un fornaio gelosissimo della propria moglie. Sembra che uno dei mastri carpentieri, che lavoravano al Duomo, fosse divenuto l'amante di questa donna, il cui marito aveva la sua bottega proprio lì davanti. Purtroppo ad un certo punto il fornaio scoprì la tresca e denunciò la moglie per adulterio al Tribunale Ecclesiastico. Così, per vendicarsi, il mastro carpentiere collocò la testa del toro cornuto proprio dirimpetto alla casa del fornaio, affinchè si ricordasse in eterno del tradimento.

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la leggenda delle oche capitoline

Campidoglio - La leggenda delle oche capitoline

La leggenda delle oche del Campidoglio fa parte della storia di Roma.

La tradizione racconta che tutto accadde intorno al 390 a.C. A quei tempi, il colle del Campidoglio era occupato da un tempio dedicato alla dea Giunone, che ospitava una serie di oche. Le oche erano animali sacri alla dea e per questo ritenuti intoccabili.

I Galli del condottiero Brenno assediavano Roma e cercavano un modo per penetrare nel colle. Qui si erano rifugiati i romani che non erano fuggiti verso le città di Veio e di Caere all'arrivo degli assalitori. L'unica loro speranza era il generale romano Marco Furio Camillo, che però era in esilio ad Ardea a causa delle sue posizioni anti-plebee.

Ma una notte, il conflitto giunse ad una svolta. Un messaggero, mandato dai romani di Veio prima a Roma e poi ad Ardea per richiamare proprio il generale, riuscì ad accedere al Campidoglio nonostante l'assedio. I Galli allora colsero l'occasione al volo, lo seguirono e nottetempo entrarono anche loro.

La leggenda sostiene che le oche, unici animali superstiti alla fame degli assediati perché sacri a Giunone, cominciarono a starnazzare rumorosamente. Così facendo avvertirono del pericolo l'ex Console Marco Manlio e i romani assediati, che respinsero il nemico. Per la sua azione eroica, Marco Manlio venne successivamente denominato Capitolino.

L'assedio respinto e l'imminente arrivo di Marco Furio Camillo bastò per ribaltare le sorti della guerra a favore dei romani: i Galli cominciarono a subire le prime sconfitte mentre l'esercito del condottiero avanzava da Ardea. Gli assedianti cercarono quindi un compromesso: a fronte di un tributo pari a mille libbre d'oro, questi avrebbero tolto l'assedio. I romani, al momento di pagare, si accorsero che le bilance erano truccate e, alle loro rimostranze, Brenno, in gesto di sfida, aggiunse la sua spada alla bilancia pretendendo un maggiore peso d'oro e pronunciò la frase «Vae victis!» («Guai ai vinti!»).

Qui la tradizione narra un secondo episodio leggendario: mentre i romani chiedevano tempo per procurarsi l'oro che mancava, Camillo raggiunse Roma con il suo esercito. Una volta di fronte a Brenno, gli mostrò la sua spada e gli urlò in faccia: «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria» ("Non con l'oro, ma con il ferro, si riscatta la patria").

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La leggenda della Torre degli Asinelli

Torre degli Asinelli - La leggenda

Tra le tante leggende che riguardano il centro storico dell'antica Bologna, ce n'è una davvero speciale, molto cara ai bolognesi. Si tratta della leggenda della Torre degli Asinelli. Questa leggenda racconta che un tempo, a Bologna, c'era un contadino dedito al lavoro che desiderava ardentemente migliorare la vita della sua famiglia espandendo i suoi possedimenti. Egli sognava continuamente di arricchirsi e di donare ai suoi cari tutto quanto essi desideravano.

Un bel giorno, sembra che uno dei suoi asinelli inciampò fortuitamente in un baule, nascosto nel terreno di un campo. Il baule rivelò presto il suo prezioso contenuto: era infatti colmo di pietre preziose e oro dal valore inestimabile.

Malgrado la felicità, l'uomo decise di non parlare dell'accaduto a nessuno, neppure alla sua famiglia. Con il passare del tempo, gradualmente, il tenore dei suoi cari semplicemente migliorò. Ed egli custodì gelosamente il suo segreto, senza mai proferire parola.
Ora, il figlio dell'uomo, divenuto adulto, un giorno passeggiò davanti alla casa di un nobile bolognese, e si innamorò perdutamente della ragazza bellissima che vide alla finestra della sua casa. Si trattava della figlia del nobile, la quale ben presto iniziò a ricambiare il suo amore. Il problema erano le sue umili origini, giacché il nobile non avrebbe mai permesso alla figlia di sposarlo. La sola maniera per il giovane per realizzare il suo sogno d'amore sarebbe stato quello di innalzare la torre più alta di Bologna.

Ma come avrebbe potuto compiere una simile impresa? Grande fu la sua gioia quando un giorno, tornato a casa, confidò al padre i suoi tormenti e questi gli offrì la soluzione: il tesoro degli asinelli.
Dieci anni più tardi la costruzione della torre fu terminata. Il ricco nobile finalmente acconsentì al matrimonio e la torre più alta di Bologna fu dedicata così ai fortunati asinelli.

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