Tempio di Valadier

Tempio di Valadier - La chiesa nella roccia

Nelle Marche si trova un tempio davvero suggestivo. Si tratta del Tempio di Valadier, proprio all’ingresso di un’alta grotta di montagna, vicino a Genga e alle più celebri Grotte di Frasassi. Un luogo decisamente curioso, l’interno di una grotta, dove costruire un tempio. La sua forma neoclassica, di pianta ottagonale, si staglia con un effetto estremamente suggestivo contro i bordi della parete della grotta, quasi volesse cercare rifugio nella buia cavità naturale.

In realtà, già a partire dal X secolo e per centinaia di anni, la popolazione trovò rifugio tra le pareti di questa grotta. Veniva utilizzata per nascondersi dai saccheggi che imperversavano nella zona.

Fu nel 1828 che Papa Leone XII, originario proprio di Genga, fece costruire qui il tempio, sopra una vecchia chiesa già esistente, sulla base di un progetto dell’architetto Giuseppe Valadier. Per il pontefice il luogo avrebbe dovuto essere un rifugio per i cristiani che volevano chiedere perdono. Questo gli valse il soprannome di “rifugio dei peccatori”. All’interno fu posta una Madonna con Bambino scolpita dalla bottega di Canova, sostituita in seguito da una copia. L'originale può essere ammirata al Museo di Genga.

Oggi il Tempio di Valadier è una meta di grande suggestione, soprattutto quando a Natale, viene rappresentato il tradizionale presepe vivente. È un luogo capace di lasciare senza fiato tutti coloro che lo visitano la prima volta, ma anche quelli che, ritornandoci, non possono fare a meno di rimanere stupiti ogni volta che si trovano avvolti dalla sua magia.

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Curon

Curon – La città sommersa

Tra i luoghi sommersi più suggestivi e famosi d’Italia, una menzione d’onore va a Curon, uno degli ultimi centri abitati italiani nel Sud Tirolo prima del confine austriaco.

Il paese è noto principalmente per trovarsi lungo la via Claudia Augusta e per il suo antico campanile che spunta dalle acque del lago artificiale di Resia. Il campanile è, infatti, l’unico edificio rimasto in piedi del vecchio centro abitato. Il paesino è stato interamente e volutamente sommerso dalle acque del lago negli anni Cinquanta.

Il motivo? Qui un tempo, si trovavano tre laghi naturali. Oltre quello di Resia c’erano il Curon e il San Valentino alla Muta. Nel 1950, si decise di unificarli con la costruzione di una diga. L’opera provocò la completa sommersione dell’antico centro abitato di Curon, trasferito altrove. Lo sbarramento costò circa 25 miliardi delle vecchie lire e fu al centro dell’ira degli abitanti, che si rivolsero addirittura al Papa per evitarne la costruzione. I tentativi si rivelarono tuttavia vani e l’acqua invase case e terreni coltivati. Si trattava di ben 677 ettari di terreno: gli abitanti e i proprietari dei masi furono espropriati e costretti a lasciare le loro case e terreni. Si decise di sistemarli in seguito all’interno di alcune baracche di fortuna.

Attorno al campanile, che spunta ancora oggi maestoso e solitario al centro del lago artificiale di Resia, ruotano tanti misteri e leggende, che lo rendono una destinazione molto frequentata da turisti e curiosi.

Si racconta infatti che, nelle fredde notti invernali, si possano sentire ancora le campane dell’edificio suonare.

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Roccia dell'Orso

Palau – La leggenda della Roccia dell’Orso

Istituito nel 1994, primo in Sardegna, il parco nazionale dell’arcipelago della Maddalena si estende su terra e mare per oltre 20 mila ettari. Esso abbraccia oltre 60 isole, grandi e piccole, modellate da vento e correnti. Ora, un alone di leggenda circonda il capo di fronte al parco. Questo prende il nome da una spettacolare scultura naturale rassomigliante alla sagoma di un orso, che sembra indicare con la testa il mare. È la Roccia dell’Orso, monumento naturale visitato da migliaia di escursionisti, che svetta su un rialzo granitico, a oltre 120 metri di altezza.

Imponente, essa vigila sul vicino abitato di Palau, rinomata località turistica della Gallura settentrionale. Dal paese dista poco più di cinque chilometri. Si raggiunge attraverso un sentiero panoramico che parte dal forte di capo d’Orso, una delle tante fortificazioni militari ottocentesche di Palau.

Questa zona è da sempre fonte di antiche leggende. Secondo Victor Berard, scrittore studioso di Omero, Capo d’Orso è l’unico luogo del Mediterraneo identificabile con la “terra dei Lestrigoni”. Si tratta di quella terra, in cui Omero colloca lo sbarco di Ulisse alla ricerca del cibo e l’acqua per l’equipaggio. E dove lo stesso condottiero greco conobbe una grave sconfitta.

L’episodio è descritto nel libro X dell’Odissea, e racconta che Ulisse sbarcò per approvvigionare le sue tre navi in una fonte detta ‘Artacia’ (ossia “dell’Orso”). E mentre attingeva l’acqua vide alzarsi in lontananza un filo di fumo, indizio della presenza di genti indigene. Avvicinatosi a quel luogo incontrò una fanciulla di statura notevole alla quale cercò di rivolgere parola per comunicare. Questa, però, impaurita, prese a gridare per richiamare l’attenzione degli uomini. Costoro, di statura gigantesca, erano guidati da Antifate, re dei Lestrigoni. Erano un popolo di cannibali e fecero banchetto degli uomini d’Ulisse che riuscirono a catturare. E con la loro grande forza fisica distrussero ben due delle navi gettandovi sopra dei macigni. Perciò lo stesso Ulisse fu costretto a ritirarsi precipitosamente con l’unica imbarcazione rimastagli.

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Pizzomunno

Vieste - La leggenda del Pizzomunno

Se capitate dalle parti di Vieste, potreste imbattervi in un imponente monolite in pietra calcarea alto circa 25 metri: il Pizzomunno. Situato all’inizio della spiaggia a sud del centro abitato, detta “del Castello”, per la sua imponenza sembra ergersi quasi a guardia di Vieste. E per il suo fascino è diventato il simbolo stesso della cittadina garganica. Ad esso sono legate alcune leggende, spesso variazioni una dell’altra.

Si racconta che un tempo, quando la città era solo un villaggio abitato da pescatori, vi vivesse un giovane alto e forte di nome Pizzomunno. Sempre nello stesso villaggio abitava anche una fanciulla di rara bellezza, con i lunghi capelli color del sole di nome Cristalda. I due giovani si innamorarono perdutamente. Pizzomunno ogni giorno affrontava il mare con la sua barca e puntualmente le sirene emergevano dai flutti marini per intonare in onore del pescatore dolci canti. Le creature marine non si limitavano a cantare, ma prigioniere dello sguardo di Pizzomunno gli offrirono diverse volte l’immortalità se lui avesse accettato di diventare il loro re e amante.

L’amore che il giovane riversava su Cristalda, però, rendeva vane le offerte delle sirene. Una delle tante sere in cui i due amanti andavano ad attendere la notte sull’isolotto che si erge di fronte alla costa, le sirene, colte da un raptus di gelosia, aggredirono Cristalda e la trascinarono nelle profondità del mare. Pizzomunno rincorse invano la voce dell’amata.

I pescatori il giorno seguente ritrovarono il giovane pietrificato dal dolore nel bianco scoglio che porta ancora oggi il suo nome. Si dice tuttavia che ogni cento anni la bella Cristalda torni sempre dagli abissi per raggiungere il suo giovane amante e rivivere per una notte sola il loro antico amore.

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