Abbazia di San Galgano - La spada nella roccia

L'Abbazia di San Galgano è un'abbazia cistercense, situata a una trentina di chilometri da Siena, nel comune di Chiusdino. Questo luogo incantato, uno dei più suggestivi negli itinerari della spiritualità toscana, è divenuto celebre nel tempo per una famosa leggenda.

A duecento metri dall'abbazia, si trova la cappella di Montesiepi, detta anche «rotonda» per via della forma circolare della struttura centrale. Confitta in una roccia a un paio di metri dall’altare c’è una vecchia spada di ferro, qui posta da San Galgano.

Galgano Guidotti (anche se sul cognome c’è qualche dubbio) è un personaggio realmente esistito, nato nel 1148 a Chiusdino e morto nel 1181, come attestano documenti ancora esistenti. Egli decise di conficcare la sua spada nella roccia, dopo una vita di dissolutezze, come potente gesto di conversione. Secondo gli atti del processo di beatificazione, che riportano la testimonianza della madre del santo, Dionigia, quando Galgano si recò a Roma in visita da papa Alessandro III, degli invidiosi andarono nell’eremo di Montesiepi e cercarono in tutti i modi di estrarre la spada dalla roccia. Non riuscendovi la spezzarono. Poi, al ritorno del santo, per miracolo, la spada si rinsaldò.

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Palazzo Colonna

Palazzo Colonna - La palla di cannone

Palazzo Colonna è uno dei più grandi e antichi palazzi privati di Roma. Esso occupa l'isolato compreso tra piazza Santi Apostoli, via Ventiquattro Maggio, via Quattro Novembre e piazza della Pilotta. E si estende su un'area dove già prima dell'anno 1000 sono documentati edifici, case, fortezze appartenenti ai conti di Tuscolo.

La sua costruzione inizia nel XIV secolo per volere della famiglia Colonna (che vi risiede stabilmente da otto secoli) e si è protratta per circa cinque secoli. Ciò ha comportato la sovrapposizione di diversi stili architettonici, esterni ed interni, che lo caratterizzano e rispecchiano le diverse epoche di appartenenza.

Al Seicento risale la costruzione della splendida e maestosa Galleria Colonna, che si affaccia per 76 metri su Via IV novembre; autentico gioiello del barocco romano, è oggi visitabile al pubblico, con gli appartamenti più rappresentativi e di maggior pregio artistico del Palazzo, che ospitano le Collezioni Artistiche di famiglia, notificate e vincolate dal fidecommisso del 1800, ove si possono ammirare capolavori di eccellenza assoluta ad opera dei maggiori artisti italiani e stranieri tra il XV e il XVI secolo.

Come per tanti luoghi di Roma, ovviamente anche qui non mancano le curiosità. Ed una di queste si trova proprio sulla breve rampa di scale che scende verso la Sala Grande. Qui si può infatti ammirare un'autentica palla di cannone. Ma cosa ci fa qui una palla di cannone? Essa arrivò esattamente qui nel 1849, durante il periodo della Repubblica Romana. Fu sparata dal Gianicolo dall’esercito francese, agli ordini del Generale Oudinot, entrato da Porta San Pancrazio e venuto a soccorrere Papa Pio IX dagli insorti repubblicani, tra i quali Mazzini, Armellini e Saffi, che occuparono per qualche mese il centro storico di Roma. E da allora, non si è più mossa.

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Orecchio di Dionisio

Siracusa – L'Orecchio di Dionisio

L'Orecchio di Dionisio (o Orecchio di Dionigi) è una grotta artificiale. Si trova nell'antica cava di pietra detta Latomia del Paradiso. Proprio sotto il Teatro Greco di Siracusa. La grotta presenta un curioso andamento a S, che deriva dalla presenza di un antico acquedotto nella parte superiore. Da quella traccia i costruttori scavarono verso il basso creando poi la forma attuale.

Secondo la leggenda, la sua particolare forma a orecchio d'asino fece coniare al pittore Caravaggio, giunto a Siracusa nel 1608 in compagnia dello storico Vincenzo Mirabella, l'espressione Orecchio di Dionisio. Secondo la tradizione infatti il tiranno Dionisio fece scavare la grotta dove rinchiudeva i prigionieri e, appostandosi all'interno di una cavità superiore, si dice ascoltasse i loro discorsi. Grazie alla sua forma, l'Orecchio di Dionisio possiede considerevoli caratteristiche acustiche, tali da amplificare i suoni fino a sedici volte.

Secondo le ricostruzioni Dionisio avrebbe rinchiuso il poeta Filosseno, con la colpa di non apprezzare le opere letterarie del tiranno, in questo luogo o nella vicina "Grotta dei cordari". La grotta, che fa sempre parte della Latomia del Paradiso, è così chiamata perché utilizzata per secoli da costruttori di corde che vi trovavano un luogo ideale a causa dell'alto tasso di umidità al suo interno. Si tratta di un grande antro poggiante su pilastri sottili di pietra naturale scavata dall'uomo in epoca molto remota.

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Roccia dell'Orso

Palau – La leggenda della Roccia dell’Orso

Istituito nel 1994, primo in Sardegna, il parco nazionale dell’arcipelago della Maddalena si estende su terra e mare per oltre 20 mila ettari. Esso abbraccia oltre 60 isole, grandi e piccole, modellate da vento e correnti. Ora, un alone di leggenda circonda il capo di fronte al parco. Questo prende il nome da una spettacolare scultura naturale rassomigliante alla sagoma di un orso, che sembra indicare con la testa il mare. È la Roccia dell’Orso, monumento naturale visitato da migliaia di escursionisti, che svetta su un rialzo granitico, a oltre 120 metri di altezza.

Imponente, essa vigila sul vicino abitato di Palau, rinomata località turistica della Gallura settentrionale. Dal paese dista poco più di cinque chilometri. Si raggiunge attraverso un sentiero panoramico che parte dal forte di capo d’Orso, una delle tante fortificazioni militari ottocentesche di Palau.

Questa zona è da sempre fonte di antiche leggende. Secondo Victor Berard, scrittore studioso di Omero, Capo d’Orso è l’unico luogo del Mediterraneo identificabile con la “terra dei Lestrigoni”. Si tratta di quella terra, in cui Omero colloca lo sbarco di Ulisse alla ricerca del cibo e l’acqua per l’equipaggio. E dove lo stesso condottiero greco conobbe una grave sconfitta.

L’episodio è descritto nel libro X dell’Odissea, e racconta che Ulisse sbarcò per approvvigionare le sue tre navi in una fonte detta ‘Artacia’ (ossia “dell’Orso”). E mentre attingeva l’acqua vide alzarsi in lontananza un filo di fumo, indizio della presenza di genti indigene. Avvicinatosi a quel luogo incontrò una fanciulla di statura notevole alla quale cercò di rivolgere parola per comunicare. Questa, però, impaurita, prese a gridare per richiamare l’attenzione degli uomini. Costoro, di statura gigantesca, erano guidati da Antifate, re dei Lestrigoni. Erano un popolo di cannibali e fecero banchetto degli uomini d’Ulisse che riuscirono a catturare. E con la loro grande forza fisica distrussero ben due delle navi gettandovi sopra dei macigni. Perciò lo stesso Ulisse fu costretto a ritirarsi precipitosamente con l’unica imbarcazione rimastagli.

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Pizzomunno

Vieste - La leggenda del Pizzomunno

Se capitate dalle parti di Vieste, potreste imbattervi in un imponente monolite in pietra calcarea alto circa 25 metri: il Pizzomunno. Situato all’inizio della spiaggia a sud del centro abitato, detta “del Castello”, per la sua imponenza sembra ergersi quasi a guardia di Vieste. E per il suo fascino è diventato il simbolo stesso della cittadina garganica. Ad esso sono legate alcune leggende, spesso variazioni una dell’altra.

Si racconta che un tempo, quando la città era solo un villaggio abitato da pescatori, vi vivesse un giovane alto e forte di nome Pizzomunno. Sempre nello stesso villaggio abitava anche una fanciulla di rara bellezza, con i lunghi capelli color del sole di nome Cristalda. I due giovani si innamorarono perdutamente. Pizzomunno ogni giorno affrontava il mare con la sua barca e puntualmente le sirene emergevano dai flutti marini per intonare in onore del pescatore dolci canti. Le creature marine non si limitavano a cantare, ma prigioniere dello sguardo di Pizzomunno gli offrirono diverse volte l’immortalità se lui avesse accettato di diventare il loro re e amante.

L’amore che il giovane riversava su Cristalda, però, rendeva vane le offerte delle sirene. Una delle tante sere in cui i due amanti andavano ad attendere la notte sull’isolotto che si erge di fronte alla costa, le sirene, colte da un raptus di gelosia, aggredirono Cristalda e la trascinarono nelle profondità del mare. Pizzomunno rincorse invano la voce dell’amata.

I pescatori il giorno seguente ritrovarono il giovane pietrificato dal dolore nel bianco scoglio che porta ancora oggi il suo nome. Si dice tuttavia che ogni cento anni la bella Cristalda torni sempre dagli abissi per raggiungere il suo giovane amante e rivivere per una notte sola il loro antico amore.

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Bocca della Verità

Roma - La leggenda della Bocca della Verità

La Bocca della Verità è un’enorme maschera di marmo, famosa in tutto il mondo, la cui leggenda narra che potrebbe mordere la mano di chiunque la inserisca nella sua bocca. La celebre scultura di grandi dimensioni ha un diametro di 1,75 metri. Ed è dedicata al Dio del Mare, raffigurato con un volto barbuto e con gli occhi, il naso e la bocca forati.

L’opera si trovava nella Piazza della Bocca della Verità fino al 1632. Quell'anno si decise di murarla in una delle pareti del pronao della vicina Chiesa di Santa Maria in Cosmedin, il luogo dove tutt’oggi si può ammirare.

Ora, tante sono le leggende che riguardano la Bocca della Verità che, malgrado il trascorrere degli anni e delle epoche, continua ad alimentare la curiosità di qualsiasi visitatore.

Una delle più celebri racconta di una donna infedele che fu condotta dal marito giustamente sospettoso alla Bocca della Verità per essere sottoposta alla prova. E che riuscì a salvare la sua mano con una astuzia. Infatti la donna incriminata chiese all'amante di presentarsi anche lui nel giorno in cui sarebbe stata sottoposta alla prova. Gli chiese anche di fingersi pazzo e di abbracciarlo davanti a tutti. L'amante eseguì perfettamente le sue istruzioni. Così la donna, al momento di infilare la sua mano nella Bocca, poté giurare tranquillamente di essere stata abbracciata in vita sua solo da suo marito e da quell'uomo che tutti avevano visto. Avendo detto la verità, la donna riuscì a ritirare indenne la sua mano dalla tremenda Bocca, benché fosse colpevole di adulterio.

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Pantheon

Roma - L'oculo del Pantheon

Il Pantheon è un celebre edificio della Roma antica situato nel rione Pigna, eretto come tempio dedicato a tutte le divinità passate, presenti e future. Realizzato nel 27 a.C. da Marco Vipsanio Agrippa, genero di Augusto, fu successivamente ricostruito dall'imperatore Adriano tra il 120 e il 124 d.C. Gli incendi dell'80 e del 110 d.C. danneggiarono infatti la costruzione precedente.

L’edificio è composto da una struttura circolare unita a un portico in colonne corinzie che sorreggono un frontone. Dalla fine del VII secolo esso è una basilica cristiana dedicata a Santa Maria della Rotonda. Questa metamorfosi gli ha permesso di sopravvivere alle spoliazioni inflitte dai papi nei vari secoli.

Il Pantheon è celebre per avere un'unica finestra a forma di oculo sulla cupola di quasi 9 metri di diametro. Dal punto di vista tecnico, questa apertura verso l'esterno permette il ricadere zenitale della luce e dunque un sapiente gioco di chiaroscuro all'interno.

Intorno all'oculo del Pantheon sono nati lungo i secoli molteplici leggende, studi astrologici e curiosità. Secondo una leggenda medievale esso sarebbe stato creato dal diavolo in fuga dal tempio di Dio. Nell’antichità invece si diceva che la pioggia non riuscisse ad entrare nel tempio a causa del calore e dei fumi delle candele che illuminavano l'interno. La cosa ad oggi rimane solo una leggenda. Nel Pantheon nei giorni piovosi ancora adesso entra abbondante acqua. Per questo motivo il pavimento presenta ben 22 forature. E' per permettere alla pioggia di filtrare.

Grazie alla presenza dell'oculo si osservano tuttavia curiosi fenomeni astronomici all'interno dell'edificio, tanto che qualcuno lo ha definito "un tempio solare". Per esempio, il 21 aprile, Natale di Roma, a mezzogiorno, un raggio di sole penetra dall'oculo all'interno e colpisce il portale d'accesso.

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Castel Sant'angelo

Castel Sant’Angelo – La leggenda di San Michele

Castel Sant'Angelo, detto anche Mausoleo di Adriano, è un monumento di Roma la cui storia ebbe inizio nel 135 d.C. L'imperatore Adriano chiese infatti all'architetto Demetriano di costruire un mausoleo funebre per sé e i suoi familiari, ispirandosi al modello del mausoleo di Augusto, ma con dimensioni gigantesche. Da quel momento cominciò la storia secolare di questo edificio.

Castel Sant’Angelo è uno dei siti architettonici più affascinanti di Roma e dai numerosi misteri irrisolti che lo accompagnano da secoli. Ma in particolare c'è una leggenda che vi vogliamo raccontare: quella che ne spiegherebbe il nome.

Secondo la tradizione, nel 590 d.C., papa Gregorio Magno salì al soglio pontificio sullo sfondo di una città in preda all'anarchia ed alla carestia. Solo pochi, sparuti cittadini si aggiravano tra le rovine di quella che era stata la capitale del mondo; a complicare ulteriormente una situazione già critica sopraggiunsero una rovinosa piena del Tevere - che sommerse buona parte dell'Urbe - ed una terribile pestilenza, che decimò la già scarsa popolazione.

Per invocare la misericordia divina, papa Gregorio organizzò una processione di tre giorni a cui prese parte l'intera cittadinanza intonando inni in una città preda della peste che falciò anche il corteo, fulminando gli uomini e facendoli stramazzare a terra morti. Giunti all'altezza del mausoleo di Adriano, però, i romani distinsero chiaramente stagliarsi contro il cielo violetto la sagoma luminosa dell’arcangelo Michele nell'atto di riporre nel fodero una spada fiammeggiante. Era il 29 agosto del 590. Quella sera stessa la pestilenza cessò. Il mausoleo di Adriano divenne così il Castello dell'Angelo.

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Mostasù dèle Cosére

Brescia – Il Mostasù dèle Cosére

Passeggiando nel centro storico di Brescia, murato all'angolo tra corso Goffredo Mameli e contrada delle Cossere, si incontra una vera curiosità: il “Mostasù dèle Cosére”. Quello che letteralmente è il "faccione delle Cossere" in dialetto bresciano, è un antico rilievo.

Il rilievo riproduce una grossa testa, o un mascherone, con una lunga barba e il naso scalpellato. I tratti del volto mostrano un'espressione seria e pacata ma, nel complesso, pur considerando l'usura del tempo, la scultura appare decisamente un abbozzo mai completato. Non sono note le sue reali origini, né la reale provenienza, né le vicende che hanno interessato la scultura nei secoli, in particolare quella che ha portato alla rimozione del naso, ma tante sono le storie che circolano su di essa.

La più celebre riguarda proprio il naso scalpellato. La tradizionale leggenda rimanda alle lotte medioevali tra guelfi e ghibellini e alla discesa in Italia, nel 1311, dell'Imperatore Arrigo VII. Alla cacciata dei ghibellini da Brescia da parte dei guelfi, nel 1311, Arrigo VII pose la città sotto assedio e, dopo averla espugnata, avrebbe giurato di distruggere le mura e tagliare il naso a tutti i cittadini. La sua furia si sarebbe placata solamente grazie all'intervento del legato pontificio Luca Fieschi e al pagamento di una pesante taglia. L'Imperatore si sarebbe quindi accontentato di mozzare il naso a tutte le statue. Il Mostasù non sfuggì allo sfregio imperiale e rimane a testimonianza del feroce episodio.

Una variazione della leggenda, invece, vorrebbe che Arrigo VII, dopo essere entrato in città al termine dell'assedio, non avrebbe trovato alcun cittadino per concretizzare il suo giuramento, essendosi tutta la cittadinanza nascosta per sfuggirgli, e solo a questo punto, chiesto consiglio al Fieschi, avrebbe ripiegato sui nasi delle statue.

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Piazza San Pietro

Piazza San Pietro – La leggenda dell’Obelisco Vaticano

La celeberrima piazza San Pietro, notevole esempio di architettura ed urbanistica barocca, è dedicata all'omonimo santo ed è quotidiano punto d'incontro per migliaia di fedeli cattolici provenienti da tutto il mondo.

La piazza ha una forma ad ovato tondo, l'unione di due semicirconferenze che si intersecano nei rispettivi centri unite da due archi di cerchio. L'idea dell'ovato tondo, del Bernini, in forte contrapposizione alla basilica longitudinale, serviva a reggere la spinta della sequenza formata dalla chiesa e dal suo sagrato.

L'Obelisco Vaticano, che si innalza al centro della piazza, è di origine egiziana e proviene dalla città di Heliopolis; prima venne sistemato ad Alessandria d'Egitto e in seguito fu portato a Roma da Caligola nel 40, e collocato sulla spina del Circo di Nerone. Rimase in questa posizione anche dopo che il circo cadde in disuso, occupato da una necropoli. Si ritrovò poi a fianco dell'antica basilica di San Pietro, presso la Rotonda di Sant'Andrea. Fu dunque spostato e rialzato per volere di papa Sisto V nel 1586.

Secondo una leggenda, quando il 10 settembre 1586, l'obelisco fu issato sul basamento attuale in Piazza San Pietro, le corde che lo sostenevano minacciarono di rompersi. Dalla folla accorsa a vedere l'evento, si levò un grido: "Acqua alle corde!". Era il suggerimento di un capitano sanremese, un certo Bresca, che conosceva il comportamento delle corde a contatto con l'acqua. La tradizione vuole che grazie al suo consiglio si riuscì a portare a termine l'operazione ed egli fu premiato da Sisto V con una grazia: il privilegio, per sè, per la sua famiglia e per i suoi discendenti, di fornire al Vaticano le palme per la cerimonia della domenica delle Palme. Privilegio mantenuto ancora oggi.

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