palazzo vecchio e gli UFO

Palazzo Vecchio - Il dipinto con l'UFO

Palazzo Vecchio è da secoli l'antica sede del potere fiorentino e nasconde tesori di rara bellezza. Impossibile citarli tutti, dal Salone dei Cinquecento allo Studiolo di Francesco I, senza dimenticare i resti dell'antico teatro romano o ancora il suggestivo Quartiere degli Elementi. Ma oggi vi vogliamo parlare di un argomento piuttosto curioso. Perché per quanto assurdo, Palazzo Vecchio avrebbe una qualche connessione con gli UFO, gli oggetti volanti non identificati. Non ci credete?

Se andate al secondo piano di Palazzo Vecchio, nella Sala D’Ercole, potrete ammirare il dipinto dal titolo "Madonna con Bambino e San Giovannino". Si tratta di un tipico “tondo” raffigurante la Madonna con Gesù bambino e il piccolo San Giovanni. Quest'opera, attribuita alla bottega di Filippino Lippi, ha recentemente acquisito una certa notorietà per la raffigurazione di un probabile UFO. Se si analizza infatti l'opera, in basso a destra, proprio alle spalle della Madonna, si scorge un pastore accompagnato da un cane. Le due piccole figure però, invece che badare al gregge come ci si aspetterebbe, si trovano intente a scrutare il cielo sopra di loro.

Se si alza ancora lo sguardo, seguendo quello del pastore e dell'animale, si nota come l'artista abbia inserito un elemento a dir poco singolare nella volta celeste: un oggetto di colore grigio e dalla forma circolare. Un oggetto con delle piccole sporgenze che ricordano una sorta di navicella in movimento. In poche parole, un disco volante

La maggior parte dei critici d'arte ha ovviamente rifiutato questa teoria, sostenendo che lo strano oggetto rappresenterebbe piuttosto la nube che illuminò la Nascita di Cristo, elemento ricorrente in numerose altre opere. Il dipinto tuttavia non smette di esercitare un certo fascino e ancora oggi guardandolo suscita qualche perplessità.

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Museo Civico di Storia Naturale di Trieste

Museo Civico di Storia Naturale di Trieste – Carlotta

Il Museo Civico di Storia Naturale di Trieste nacque nel 1846 per volontà e a spese di privati cittadini, i quali fondarono una Società per lo studio della Storia Naturale, con particolare interesse per la fauna del mare Adriatico.

Il museo deve la sua fama soprattutto alla collezione di importanti reperti unici al mondo. Il dinosauro Antonio (Tethyshadros insularis) è il più grande e completo dinosauro italiano e la più importante scoperta paleontologica d'Europa. Grande attrattiva da sempre è poi anche Carlotta. Si tratta di uno squalo bianco lungo 5,4 metri catturato all'inizio del Novecento nel Quarnero. È il più grande squalo carnivoro conservato al mondo e vanta una storia affascinante.

Ci fu un tempo, infatti, non troppo lontano, in cui il tratto di mare tra il golfo di Trieste e la Dalmazia, era popolato di “Carcharodon carcharias”, i grandi squali bianchi. Nel 1872, le autorità stabilirono un compenso di: venti fiorini per le catture lunghe meno di un metro; trenta per esemplari da uno a quattro metri; e cento fiorini se lo squalo superava la misura di quattro metri. Il 29 maggio 1906, il capitano Antonio Morin, commissario navigante dell’Imperial-Regia Guardia di Finanza, mentre solcava le acque dell’Adriatico tra l’Istria e l’attuale Croazia a bordo del Piroscafo ad elica “Quarnero”, catturò un grande squalo bianco.

I termini della cattura restano misteriosi, ma ancora oggi sul dorso dello squalo si vedono fori di pallottole di fucile. L’intero pescecane – chiamato Carlotta da Morin, in onore di sua figlia – venne donato all’allora Civico Museo Ferdinando Massimiliano (oggi il nostro Museo Civico di Storia Naturale di Trieste) dove fu imbalsamato interamente, con un ardito procedimento che durò molti giorni e “appestò di odore di pesce l’intera piazza Lipsia“ (oggi piazza Hortis) nella quale aveva sede il Museo.

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Museo Nazionale del Risorgimento

Museo Nazionale del Risorgimento Italiano – Una Camera unica

Uno dei musei più sorprendenti di Torino è indubbiamente il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano. Si tratta del più antico e più importante museo dedicato al Risorgimento italiano per via della ricchezza e della rappresentatività delle sue collezioni. L'unico che possa vantare ufficialmente il titolo di "nazionale". Fondato nel 1878, si trova a Torino all'interno dello storico palazzo Carignano.

I reperti esposti nel museo, che sono ascrivibili a un periodo storico più ampio, sono databili tra il 1706 (anno dell'assedio di Torino) e il 1946 (nascita della Repubblica Italiana) con particolare attenzione, come già accennato, ai cimeli risorgimentali, che invece sono legati a un lasso di tempo compreso tra la fine del XVIII secolo e l'inizio della prima guerra mondiale.

La tipologia dei reperti presenti è molto varia: armi, vessilli, uniformi, documenti a stampa e manoscritti, e opere figurative. Il posto d'onore è certamente rappresentato dalla Camera dei deputati del Parlamento subalpino, monumento nazionale sin dal 1898 e unico esempio originale al mondo delle aule parlamentari istituite dopo le rivoluzioni del 1848. In questo salone, che è utilizzato per le mostre temporanee e le manifestazioni culturali del museo, sono esposti dei grandi dipinti rappresentanti la storia militare italiana dal 1848 al 1860, che è raccontata sia dagli eventi legati all'esercito ufficiale sia dagli avvenimenti collegabili all'epopea dei volontari garibaldini.

Il Museo Nazionale del Risorgimento Italiano è capace di attrarre ogni anno migliaia di visitatori. Solo nel 2016, esso è stato visitato da circa 150.000 persone.

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Tempio di Valadier

Tempio di Valadier - La chiesa nella roccia

Nelle Marche si trova un tempio davvero suggestivo. Si tratta del Tempio di Valadier, proprio all’ingresso di un’alta grotta di montagna, vicino a Genga e alle più celebri Grotte di Frasassi. Un luogo decisamente curioso, l’interno di una grotta, dove costruire un tempio. La sua forma neoclassica, di pianta ottagonale, si staglia con un effetto estremamente suggestivo contro i bordi della parete della grotta, quasi volesse cercare rifugio nella buia cavità naturale.

In realtà, già a partire dal X secolo e per centinaia di anni, la popolazione trovò rifugio tra le pareti di questa grotta. Veniva utilizzata per nascondersi dai saccheggi che imperversavano nella zona.

Fu nel 1828 che Papa Leone XII, originario proprio di Genga, fece costruire qui il tempio, sopra una vecchia chiesa già esistente, sulla base di un progetto dell’architetto Giuseppe Valadier. Per il pontefice il luogo avrebbe dovuto essere un rifugio per i cristiani che volevano chiedere perdono. Questo gli valse il soprannome di “rifugio dei peccatori”. All’interno fu posta una Madonna con Bambino scolpita dalla bottega di Canova, sostituita in seguito da una copia. L'originale può essere ammirata al Museo di Genga.

Oggi il Tempio di Valadier è una meta di grande suggestione, soprattutto quando a Natale, viene rappresentato il tradizionale presepe vivente. È un luogo capace di lasciare senza fiato tutti coloro che lo visitano la prima volta, ma anche quelli che, ritornandoci, non possono fare a meno di rimanere stupiti ogni volta che si trovano avvolti dalla sua magia.

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Museo Stibbert

Museo Stibbert – L'Armeria Giapponese

Il Museo Stibbert di Firenze è nato dalle collezioni di Frederick Stibbert. Questo inglese di madre toscana, proprio qui, alla fine dell'Ottocento, restaurò e ingrandì la piccola Villa Montughi creando la sontuosa villa di famiglia. Arricchitosi con il business ferroviario nella madre patria inglese, Stibbert si stabilì dunque a Firenze. E alla sua morte donò la villa, il parco ad essa connesso e le collezioni qui custodite alla città, facendo così nascere un'importante fondazione che aprì la casa al pubblico.

Attualmente l'intera collezione è costituita da oltre 36.000 numeri di inventario (per circa cinquantamila oggetti). Per la maggior parte sono tutti pezzi esposti, frutto del nucleo originale lasciato da Stibbert alla sua morte ma incrementato da vari doni e acquisti posteriori. Nel museo sono esposte armi antiche, insieme a oggetti d'arte. La sezione più impressionante è però sicuramente quella delle armature. Assolutamente unica per ricchezza, internazionalità e scenograficità dell'esposizione. Essa vanta quasi 16.000 pezzi di varie epoche, provenienti per la maggior parte dal centro Europa.

Tra le varie collezioni museali vi è anche quella giapponese, la più grande al mondo fuori dal Giappone.

Le tre sale che ospitano l'Armeria Giapponese erano in origine pensate per accogliere materiali medievali europei. Ma già intorno al 1880 Stibbert iniziò ad interessarsi agli armamenti dell'estremo oriente, in concomitanza con la riapertura del Giappone ai mercati esterni dopo il 1868. La raccolta conta circa 95 armature complete, 200 elmi, 285 tra spade corte e lunghe ed armi in asta, 880 tsuba (i guardamano delle sciabole ) oltre ad accessori tutti di grande qualità e fattura.

Gli oggetti si collocano quasi tutti tra il periodo Momoyama e il periodo Edo (dal 1568 al 1868). Alcuni sono però anteriori, da collocarsi nella seconda metà del XIV secolo.

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Bronzi di Riace

Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria – Tra i Bronzi di Riace

All’indomani del terremoto del 1908, nacque l'idea di realizzare a Reggio Calabria un grande museo. Un museo interamente dedicato alla Magna Grecia. Sorse così il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria.

Il nuovo allestimento permanente conta oggi ben 220 vetrine e si sviluppa su quattro livelli. Questi raccontano la storia del popolamento umano in Calabria dalla preistoria alla romanizzazione. Il tutto secondo un criterio cronologico e tematico.

La visita inizia al secondo piano, dalla preistoria e protostoria. E continua al primo piano tra le città e i santuari della Magna Grecia. Seguono il mezzanino con le sue Necropoli, e infine il piano terreno. Il piano seminterrato è invece riservato alle esposizioni temporanee. Vi si trova anche il lapidario e una piccola area archeologica relativa a un lembo della necropoli rinvenuta nel 1932.

Al piano terreno, dal 1981, c'è una sezione speciale. Accoglie i famosi Bronzi. Sono custoditi insieme alla cosiddetta Testa del Filosofo e alla Testa di Basilea.

I Bronzi di Riace sono considerati tra le testimonianze più significative dell’arte greca classica. Si tratta di due statue bronzee raffiguranti due uomini nudi. Originariamente armati di scudo e lancia, sono il simbolo della città di Reggio Calabria. Ritrovati nel 1972, nei pressi di Riace Marina, si scoprirono durante un’immersione. Le ipotesi sulla provenienza, sulla datazione e sugli autori delle statue sono diverse. Risalgono probabilmente alla metà del V secolo a.C. E si suppone che siano state gettate in mare durante una burrasca per alleggerire la nave che li trasportava. Oppure, che semplicemente l’imbarcazione affondò.

Sono questi i reperti più conosciuti nel mondo, Ma non sono gli unici preziosi esemplari della storia calabrese. Al Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria si custodiscono infatti reperti relativi a un ampio arco cronologico. Alcuni dei quali unici per bellezza, maestosità o stato di conservazione.

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Palazzo Te

Palazzo Te – La grotta del Giardino segreto

Palazzo Te è uno degli edifici mantovani più celebri e apprezzati dai turisti. Circondato dagli alberi dei giardini appare quasi per incanto un po’ come doveva avvenire per chi ci si avvicinava in passato, uscendo dalle mura di Mantova e attraversando il ponte che collegava l’isola del Te alla città. La costruzione è una villa dedicata a Federico II Gonzaga, costruita in soli 10 anni da Giulio Romano e dalla sua bottega e ancora oggi splendidamente conservata. Con un ciclo di affreschi unico al mondo.

Ma perché si chiama così?

L’origine del nome non deriva chiaramente in alcun modo dalla bevanda nazionale inglese. Ma allora da dove viene questo appellativo? A questo riguardo ci sono solo delle ipotesi. Una delle più accreditate fa risalire il Te alla T formata da due strade che si incrociavano al centro dell’isola su cui sarebbe sorto il Palazzo. Le altre ipotesi fanno riferimento al fatto che Te sia una contrazione di “Tejetum”, termine utilizzato in passato per questa località. Nel frattempo il nome continua a garantire al palazzo un alone di mistero.

Tra gli angoli più caratteristici di questo luogo c’è senza alcun dubbio la grotta del Giardino segreto. Si tratta di uno dei particolari che attirano di più i visitatori che arrivano fino al giardino, sul lato sinistro dell’esedra.

La grotta risale ad un’epoca successiva alla costruzione del Palazzo Te. Prova ne sia il fatto che il primo accenno si trova in un documento del 1595. Questo strano ambiente è da attribuirsi alla volontà e fantasia del duca Vincenzo I Gonzaga di cui si vedono le imprese all’interno delle nicchie. L’ambiente ha subito pesanti danni con l’asportazione delle conchiglie che ne ornavano le pareti, insieme a concrezioni rocciose e mosaici, e con la scomparsa dei giochi d’acqua che sorprendevano i visitatori.

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Pinacoteca di Brera

Pinacoteca di Brera – I 5 tesori del museo

Uno dei musei più importanti di Milano è la celebre Pinacoteca di Brera che si trova all’interno stesso del Palazzo di Brera. Indubbiamente, la sua gloria e la notorietà sono da attribuirsi all’impressionante raccolta di fantastiche opere d’arte che racchiudono un arco temporale che parte dal XIV secolo per arrivare al XX secolo.

Tra i tesori qui custoditi ve ne sono 5 in particolare su cui vogliamo soffermarci.

Il primo è la “Flagellazione del Cristo” un’opera di Luca Signorelli, che l’artista dipinse nel 1475. Nel quadro il Cristo è raffigurato al centro, legato ad una colonna la quale è sormontata da una statuetta in bronzo. Altre figure, caratterizzate da uno spiccato dinamismo, gli girano attorno.

Poi ci sono il “Cristo Morto” di Andrea Mantegna, la cui particolarità è data dal punto di vista da cui il Cristo è dipinto, ovvero sdraiato ed in punto di morte; ma anche “Lo Sposalizio della Vergine”, un’opera d’arte risalente al 1504 eseguita da Raffaello, che ritrae il momento in cui Maria riceve l’anello nuziale da San Giuseppe. Le figure dietro sono tutti i pretendenti della Vergine Maria ed ognuno di essi aveva in mano un bastone, attendendo una sorta di segno divino. Ma solo quello di San Giuseppe fiorì, ed il resto della storia la conosciamo.

La “Sacra Conversazione” di Piero Della Francesca è una delle opere rinascimentali più famose al mondo e rappresenta la Madonna sul trono, con il bambino che dorme, la quale è circondata da santi ed angeli. Ad inchinarsi al suo cospetto c’è curiosamente il committente dell’opera, ovvero Federico Da Montefeltro.

Infine, ultimo ma non ultimo, di questa ridotta classifica, c’è il “Il Bacio” di Hayez. Tra i rappresentanti del romanticismo vi è questo capolavoro dell’arte, il cui significato non ha tuttavia nulla a che vedere con l’amore. Il dipinto celebra infatti l’alleanza tra l’Italia e la Francia, data simbolicamente dai colori delle due bandiere nazionali.

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Stanza della segnatura

Musei Vaticani – La Stanza della Segnatura

I Musei Vaticani sono circa sette chilometri di sale e corridoi che mostrano i secolari tesori dei Papi. Un luogo davvero incredibile, dove si spazia dall’arte egizia alle carrozze.

Uno dei pezzi forti dei Musei Vaticani è senza alcun dubbio la Stanza della Segnatura, capolavoro di Raffaello. La Stanza della Segnatura contiene i più famosi affreschi dell’artista: essi costituiscono il suo esordio in Vaticano e segnano l'inizio del pieno Rinascimento. L'ambiente prende il nome dal più alto tribunale della Santa Sede, la "Segnatura Gratiae et Iustitiae", presieduto dal pontefice e che usava riunirsi in questa sala intorno alla metà del XVI secolo.

Inizialmente Giulio II decise di adibire la stanza a biblioteca e studio privato. Ed il programma iconografico degli affreschi, eseguiti tra il 1508 e il 1511, si lega a questa funzione. Definito certamente da un teologo, si propone di rappresentare le tre massime categorie dello spirito umano: il Vero, il Bene e il Bello. Il Vero soprannaturale è illustrato nella Disputa del Santissimo Sacramento (o la teologia), quello razionale nella Scuola di Atene (o la filosofia). Il Bene è espresso nelle raffigurazione delle Virtù Cardinali e Teologali e della Legge. Mentre il Bello è incarnato nel Parnaso con Apollo e le Muse. Gli affreschi della volta si legano alle scene sottostanti: le figure allegoriche della Teologia, Filosofia, Giustizia e Poesia alludono infatti alle facoltà dello spirito dipinte sulle corrispettive pareti.

Sotto il pontefice Leone X, l'ambiente cambiò, divenendo studiolo e stanza da musica. Qui, egli custodiva infatti anche la sua collezione di strumenti musicali. L'arredo originale del tempo di Giulio II fu rimosso e sostituito con un nuovo rivestimento ligneo, opera di Fra Giovanni da Verona. Questo si estendeva su tutte le pareti ad eccezione di quella del Parnaso. Il rivestimento ligneo, a sua volta, andò probabilmente distrutto a seguito del Sacco di Roma del 1527. Al suo posto durante il pontificato di Paolo III, Perin del Vaga dipinse uno zoccolo a chiaroscuri.

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Valle dei Templi

Valle dei Templi - Il giardino della Kolymbethra

La Valle dei Templi è un parco archeologico siciliano caratterizzato dall'eccezionale stato di conservazione. E' un luogo unico al mondo, contraddistinto da importanti templi dorici del periodo ellenico. Questo straordinario sito archeologico risulta tra i più grandi del Mediterraneo. Inoltre, per la sua bellezza e importanza, è stato inserito nella lista dei patrimoni dell'umanità redatta dall'UNESCO.

La Valle dei Templi è caratterizzata dai resti di ben undici templi in ordine dorico, tre santuari e una grande concentrazione di necropoli. Ma ci sono anche opere idrauliche, fortificazioni, parte di un quartiere ellenistico romano costruito su pianta greca, due importanti luoghi di riunione (l'Agorà inferiore e l'Agorà superiore). E poi un Olympeion e un Bouleuterion (sala del consiglio) di epoca romana su pianta greca. Insomma, un enorme quantità di tesori.

La conclusione perfetta ad una visita alla Valle dei Templi può essere però soltanto una: il giardino della Kolymbethra. Si tratta di un giardino capace di regalare ombra e frescura con i suoi olivi secolari e profumi unici al mondo prodotti dai suoi agrumi.

La Kolymbethra esiste fin dai tempi di Akragas, l’antica città fondata dai greci nel VI secolo a.C. oggi identificabile con Agrigento. Il nome si riferisce alla grande vasca voluta dal tiranno Terone per raccogliere le acque che confluivano dalle gallerie artificiali. Nei secoli successivi il giardino passò sotto il possedimento della Chiesa e di esso si occuparono gli abati della Badia Bassa. Questi vi introdussero le piante di agrumi e una coltivazione di canna da zucchero. Della Kolymbethra si presero poi cura alcuni contadini di Agrigento, fino agli ultimi decenni del ‘900. Da allora cadde in stato di abbandono. Ma grazie all’intervento del Fondo Ambientale Italiano è stato recuperato e portato al suo antico splendore.

Oggi è un sito aperto al pubblico, dove oltre alle bellezze del giardino si può visitare anche il percorso degli ipogei. Gli ipogei erano usati per la costruzione dell’antica rete idraulica e da questi sgorgavano le acque per l’irrigazione.

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