cattedrale di firenze

Cattedrale di Santa Maria del Fiore - La testa del toro

Tra le tante leggende che fanno parte della tradizione di Firenze, ce n’è una molto antica riguardante la Cattedrale di Santa Maria del Fiore. Si tratta della leggenda della testa del toro.

Ma andiamo con ordine. La Cattedrale fiorentina cela allo sguardo diversi dettagli spesso invisibili ad una prima occhiata. Un esempio? Se si guarda sul fianco sinistro del Duomo, fra Via Ricasoli e Via dei Servi, si può scorgere un doccione marmoreo. Questo doccione raffigura una grossa testa di bue, con tanto di corna.

La domanda che sorge a questo punto spontanea è: cosa ci fa una testa di toro tra le statue che adornano il Duomo di Firenze?

La statua potrebbe essere uno dei tanti omaggi dei costruttori ai vari animali da traino impiegati per trasportare i materiali necessari per la realizzazione della Cattedrale. Esiste però anche un'altra spiegazione alla sua presenza, una storia più curiosa e goliardica: la leggenda di un tradimento e dell'originale vendetta di un amante.

La tradizione popolare narra infatti che intorno al 1400, quando la costruzione della Cattedrale era già giunta ad una certa altezza, in una casa di Via Ricasoli abitasse un fornaio gelosissimo della propria moglie. Sembra che uno dei mastri carpentieri, che lavoravano al Duomo, fosse divenuto l'amante di questa donna, il cui marito aveva la sua bottega proprio lì davanti. Purtroppo ad un certo punto il fornaio scoprì la tresca e denunciò la moglie per adulterio al Tribunale Ecclesiastico. Così, per vendicarsi, il mastro carpentiere collocò la testa del toro cornuto proprio dirimpetto alla casa del fornaio, affinchè si ricordasse in eterno del tradimento.

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la leggenda delle oche capitoline

Campidoglio - La leggenda delle oche capitoline

La leggenda delle oche del Campidoglio fa parte della storia di Roma.

La tradizione racconta che tutto accadde intorno al 390 a.C. A quei tempi, il colle del Campidoglio era occupato da un tempio dedicato alla dea Giunone, che ospitava una serie di oche. Le oche erano animali sacri alla dea e per questo ritenuti intoccabili.

I Galli del condottiero Brenno assediavano Roma e cercavano un modo per penetrare nel colle. Qui si erano rifugiati i romani che non erano fuggiti verso le città di Veio e di Caere all'arrivo degli assalitori. L'unica loro speranza era il generale romano Marco Furio Camillo, che però era in esilio ad Ardea a causa delle sue posizioni anti-plebee.

Ma una notte, il conflitto giunse ad una svolta. Un messaggero, mandato dai romani di Veio prima a Roma e poi ad Ardea per richiamare proprio il generale, riuscì ad accedere al Campidoglio nonostante l'assedio. I Galli allora colsero l'occasione al volo, lo seguirono e nottetempo entrarono anche loro.

La leggenda sostiene che le oche, unici animali superstiti alla fame degli assediati perché sacri a Giunone, cominciarono a starnazzare rumorosamente. Così facendo avvertirono del pericolo l'ex Console Marco Manlio e i romani assediati, che respinsero il nemico. Per la sua azione eroica, Marco Manlio venne successivamente denominato Capitolino.

L'assedio respinto e l'imminente arrivo di Marco Furio Camillo bastò per ribaltare le sorti della guerra a favore dei romani: i Galli cominciarono a subire le prime sconfitte mentre l'esercito del condottiero avanzava da Ardea. Gli assedianti cercarono quindi un compromesso: a fronte di un tributo pari a mille libbre d'oro, questi avrebbero tolto l'assedio. I romani, al momento di pagare, si accorsero che le bilance erano truccate e, alle loro rimostranze, Brenno, in gesto di sfida, aggiunse la sua spada alla bilancia pretendendo un maggiore peso d'oro e pronunciò la frase «Vae victis!» («Guai ai vinti!»).

Qui la tradizione narra un secondo episodio leggendario: mentre i romani chiedevano tempo per procurarsi l'oro che mancava, Camillo raggiunse Roma con il suo esercito. Una volta di fronte a Brenno, gli mostrò la sua spada e gli urlò in faccia: «Non auro, sed ferro, recuperanda est patria» ("Non con l'oro, ma con il ferro, si riscatta la patria").

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Dama Nera di Parco Sempione

La Dama Nera - Lo spettro di Parco Sempione

Parco Sempione, il più celebre e grande di Milano, è un parco che risale al XV secolo, situato proprio accanto al famoso Castello Sforzesco. In questo luogo sempre molto frequentato, si trovano diverse sculture ed edifici. Antichi palazzi che hanno dato lustro alla storia artistica e culturale di Milano. Ma qui si dice che si aggiri anche una presenza inquietante: la Dama Nera.

Secondo la leggenda si tratterebbe dello spettro di una dama misteriosa, la quale apparirebbe, soprattutto nelle sere d’estate, con il volto nascosto da un nero velo, percorrendo tutto il parco da sola e a piedi. I testimoni che raccontano di averla incontrata, asseriscono che abbia un atteggiamento schivo e che non ami attirare l’attenzione. Pare addirittura che se venga in qualche modo infastidita o disturbata, ella sparisca e non si faccia più vedere per parecchi giorni.

Ma alcuni racconti sono molto più tetri. Altre versioni narrano che nelle sere di nebbia, quando Parco Sempione è deserto, capiti di sentire un odore intenso di violette. Una donna bellissima avvolta con un lungo vestito nero e un velo oscuro che ne copre il viso si avvicinerebbe agli avventori, porgendogli la mano gelida. Poi, li trascinerebbe lungo sentieri nascosti del parco, dentro una nebbia sempre più fitta, fino a raggiungere una grande villa.

All'interno di tale villa la Dama si concederebbe ai poveri malcapitati per poi mostrare loro il volto: un teschio con le orbite vuote, che li farebbe fuggire a gambe levate. La leggenda vuole che tutti gli uomini vittime della Dama perdano il senno e conoscano un amore così forte da condurli alla follia. Essi trascorrerebbero la parte rimanente della loro vita a cercare di ritrovare la villa dell'oscura signora.

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Fonte dell'Acqua Acetosa

Fonte dell'Acqua Acetosa – Il principe e la marchesa

La città di Roma, come si sa bene, è da sempre sinonimo di romanticismo. Innumerevoli sono le storie d’amore, più o meno conosciute, legate alle sue strade, alle sue piazze, ai suoi angoli indimenticabili. Alcune di queste storie sembrano uscite direttamente da un film, oppure dalla penna di un abile scrittore. Alcune hanno avuto un lieto fine, mentre altre purtroppo no. Ma tuttavia hanno lasciato una traccia indelebile della loro intensità. Si tratta di una traccia che sforzandosi un pochino si può ancora riuscire a trovare. Oggi vi raccontiamo una di queste storie, ambientata nei pressi della Fonte dell'Acqua Acetosa.

La zona in cui ha sede la Fonte dell'Acqua Acetosa fu infatti teatro della romantica storia d'amore tra il principe ereditario Ludovico I di Baviera e la bellissima marchesa Marianna Florenzi. Qui i due giovani si incontrarono segretamente per mesi, cercando un luogo dove celarsi alla vista di occhi indiscreti e lingue malevole. Si dice che il principe, innamorato follemente di Roma e della giovane ragazza, fece tutto quanto in suo potere per addolcire ulteriormente il parco. Sembra addirittura che egli decise di donare diverse panchine, per consentire a chiunque lo visitasse, di trovare conforto.

Sfortunatamente, la storia d'amore tra il principe e la marchesa finì rapidamente. Si dice che ebbe fine per motivi di stato, benché i più informati sostengano che una tenera amicizia sia sopravvissuta tra i due negli anni successivi. Si racconta che entrambi custodirono per sempre un dolce ricordo di quei giorni.

Le tracce di questo amore, tuttavia, non sono sparite del tutto e si trovano ancora, se avete voglia di cercare: un'incisione in lingua tedesca, visibile sotto una delle panchine sulla parete esterna, ricorda infatti: "Ludovico, principe ereditario di Baviera, ha fatto mettere qui questi sedili e questi alberi".

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