Vicolo dei lavandai

Milano – Il Vicolo dei Lavandai

Il Vicolo dei Lavandai è punto di ritrovo di tanti milanesi situato nel Quartiere dei Navigli, un angolo pittoresco costellato da numerosi locali alla moda e meta di tantissimi turisti.

Il luogo è anche caratterizzato da interessanti curiosità, più o meno conosciute. Ad esempio, nel Vicolo dei Lavandai, è possibile ammirare un curioso lavatoio risalente al secolo scorso. Una testimonianza di un tempo in cui non esisteva la lavatrice e, di conseguenza, si era costretti a far ricorso a delle metodologie manuali.

Altro aspetto che suscita curiosità è che, a differenza di quanto si è soliti pensare, qui, ad occuparsi di lavare i panni non erano le donne, bensì gli uomini. Infatti, furono proprio loro che crearono una propria e vera associazione di mestiere. Nata nel 1700, la Confraternita dei Lavandai, tra l’altro, aveva in Sant’Antonio da Padova il suo protettore e fu proprio a lui che dedicarono la chiesa di Santa Maria delle Grazie al Naviglio, collocata ad appena cento metri dal Vicolo dei Lavandai.

Lungo questo vicolo meneghino scorre inoltre un ruscello, “el fosset”, il quale veniva alimentato direttamente dall’acqua proveniente dal Naviglio Grande. Qui, in quella che era nota come “brellin”, ossia un asse di legno, insaponavano i panni.

Recentemente restaurato, il Vicolo dei Lavandai, anfratto del Naviglio Grande, ha saputo mantenere intatto il suo fascino. Testimonianza del passato della città meneghina, venne ad essere in uso fino agli anni Cinquanta, ed oggi è ancora lì, ad incantare milanesi e non.

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Morivione

Milano – La leggenda del bandito di Morivione

Il borgo di Morivione è un’area situata nella zona sud di Milano, all’imbocco della via dei Fontanili e di via Verro, laddove ora c’è l’incrocio con la via Bazzi.

Il nome del borgo si deve a una leggenda, probabilmente vera. Sembra che al tempo di Luchino Visconti, la zona fosse infestata dai briganti, soldati di ventura un tempo facenti parte della Compagnia di San Giorgio, sbandati dopo la battaglia di Parabiago, a capo dei quali si era posto Vione Squilletti. Si dice che questi usasse un fischio assordante per attaccare il nemico (da cui Squilletti) e che si era sposato con una certa Esmeraldina Bossi.

Alla vigilia della festa di San Giorgio, i milanesi, che erano stanchi delle azioni dei banditi, si recarono dal loro signore chiedendogli di liberarli da questi manigoldi. Fu così che costui accolse la richiesta e il giorno seguente diede battaglia al gruppo di delinquenti che assediavano il luogo. Vione, catturato, venne ucciso il 24 aprile 1339. Il giorno dopo la popolazione andò sul luogo della battaglia e offrì ai vincitori latte fresco, uova e panna.

Nel frattempo, su di un muro sarebbe stato dipinto San Giorgio che ammazza il drago, con una scritta: “Qui Morì Vione”.

Un’altra variante della leggenda, meno accreditata, narra che il malvivente si chiamasse Alessandro Vione e che fosse un ex soldato al servizio degli Sforza, trasformatosi in ladro e qui scovato e pugnalato a morte ai piedi di un glicine dalle guardie degli Sforza. In effetti nel borgo è presente una antichissima pianta di glicine.

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Santo chiodo

Duomo di Milano – Il santo chiodo

Il Duomo di Milano, si sa, non finisce mai di stupire, con i suoi segreti e i suoi tesori nascosti. Oggi vi vogliamo parlare di un oggetto davvero particolare, custodito al suo interno: il Santo Chiodo.

Il Santo Chiodo è una sacra reliquia esposta in una lanterna alta sopra l’altare maggiore, che secondo la tradizione sarebbe servito per crocifiggere Gesù, per poi essere portato qui dalla Palestina da Sant’Elena (la madre di Costantino imperatore) attorno al 330 d.C.

Il punto è che il Santo Chiodo non somiglia affatto a un chiodo. Anzitutto, è costituito di due pezzi di ferro distinti: c’è una rozza punta metallica lunga oltre 20 centimetri, che termina dall’altra parte (dove dovrebbe esserci la testa del chiodo, la parte da martellare) con un anello; e poi c’è una sorta di staffa o "cavallotto" ad arco, con anelli ad ognuna delle estremità. Inoltre, nella teca del Duomo, ci sono pezzi di filo di ferro.

Si dice che Sant’Ambrogio, nel 395, spiegò la strana forma della reliquia ipotizzando che Elena aveva fatto fondere i due chiodi della croce uno in forma di diadema (è quello della Corona ferrea), l’altro - quello del Duomo - a forma di morso di cavallo, come dono a suo figlio Costantino.

Recenti studi scientifici, che hanno analizzato il problema studiandolo in termini di "forze" e di "carichi", hanno portato a ipotizzare che quei pezzi di antica carpenteria siano proprio un apparato necessario dell’orrendo strumento di tortura che era la croce, pensati per infliggere atroci dolori ai condannati attraverso l’imposizione di posture che rendevano difficile la respirazione. Quel che è certo è che ad oggi il Santo Chiodo è ancora un mistero che non smette mai di affascinare fedeli e semplici curiosi.

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Duomo di Milano

Duomo di Milano – La leggenda del drago Tarantasio

La facciata del Duomo di Milano non smette mai di stupire. Se si guarda attentamente a destra del portone centrale, nella parte bassa del fregio in marmo, si può scorgere la raffigurazione di un piccolo drago. Questi, secondo la tradizione popolare, altri non è che il celebre drago Tarantasio.

Il drago Tarantasio fu l’incontrastato dominatore del Lago Gerundo tra il XII e XIII secolo. Il lago era un vasto specchio d'acqua stagnante oggi scomparso, situato in Lombardia a cavallo dei letti dei fiumi Adda e Serio, in una zona che oggi potremmo definire compresa tra le provincie di Bergamo, Lodi, Cremona e Milano. Secondo la leggenda la creatura fantastica emergeva frequentemente dalle acque. Divorava fanciulli e animali emettendo dei miasmi mortiferi e seminando il terrore nella campagna. Fino a quando un bel giorno, il drago fu ucciso, secondo alcuni da Federico Barbarossa, secondo altri da san Cristoforo o ancora – secondo una fonte destinata ad avere grande popolarità nei secoli successivi - da uno dei Visconti. Si dice a tal riguardo che proprio da questo eroico gesto sarebbe nato lo stemma della nobile famiglia raffigurante il celebre “biscione” che divora un fanciullo.

La leggenda ebbe una vasta diffusione sul territorio milanese. Fu addirittura fonte di ispirazione per lo scultore Luigi Broggini che prese a modello Tarantasio per ideare l'immagine del cane a sei zampe, simbolo dell'Eni, il cui primo giacimento di metano venne scoperto nel 1944 a Caviaga, frazione di Cavenago d'Adda.

Insomma, anche a distanza di secoli, il drago Tarantasio non smette di affascinare.

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